Gli effetti del coronavirus in una delle città più ricche d’Europa

Una fila lunga chilometri per ottenere gratis un sacchetto contenente del cibo a Ginevra, una delle città più ricche d’Europa e del mondo.

“Prima il sole splendeva, ora il cielo è nero. È una catastrofe.”

Sukhee Shinendorj (un 38enne della Mongolia, rimasto senza lavoro e forse senza casa, guadagnava circa 1500€ al mese come addetto alle pulizie di un ristorante, a malapena sufficienti per sfamare i suoi due figli nella costosa Ginevra).

Il tasso di infezione da coronavirus a Ginevra nelle ultime settimane si è abbassato notevolmente, consentendo alle autorità di allentare notevolmente le restrizioni adottate quando era scoppiata l’emergenza sanitaria. Tanti ginevrini si stanno rimpossessando degli spazi abbandonati durante il lockdown. Ma l’impatto economico sui più poveri della città è devastante. Le categorie sociali più basse stanno vivendo un periodo buio e triste. Difficile da ipotizzare prima di questa pandemia, proprio in posti come questo angolo del mondo dove tutto è sempre andato bene, dove tutto è organizzato al meglio, dove però, come in tante altre parti dell’Occidente vivono i servi del mondo moderno e pagano sempre per primi qualsiasi problema.

Ginevrini dopo l’allentamento delle restrizioni

La città svizzera è famosa per i banchieri, gli orologiai e i funzionari delle Nazioni Unite. Difficilmente la pandemia li potrebbe ridurre alla fame, nonostante le gravi perdite subite dal virus. Così come grandissima parte dei cittadini che hanno potuto usufruire degli ingenti aiuti statali. Ciò invece non si può purtroppo affermare per le classi meno abbienti, i non regolari. Il virus ha costretto migliaia di persone del sottoproletariato di Ginevra, in principal modo migranti, a mettersi in fila per ore per ottenere aiuti alimentari. Persone che lavorano all’ombra dell’economia svizzera hanno perso il lavoro da un giorno all’altro a marzo. Alberghi, ristoranti e famiglie hanno licenziato i loro addetti alle pulizie senza documenti e le cameriere a seguito del lockdown imposto dal governo centrale svizzero. Incapaci di attingere al sostegno statale, in tanti si sono ritrovati a fare affidamento sulla carità per sopravvivere. Volontari e funzionari della città a fronte di questa crescente necessità si sono attivati a creare una banca alimentare settimanale nello stadio di hockey su ghiaccio vicino al fiume.

Sukhee Shinendorj in fila allo stadio del ghiaccio di Ginevra

Sabato, Sukhee Shinendorj, si è svegliato all’una di notte e ha camminato per più di 3km per arrivare allo stadio per tempo per non fare troppa coda. Ma c’erano già diverse persone in attesa. Mentre le autorità e i cittadini svizzeri hanno ricevuto sostegno finanziario durante il lockdown, i lavoratori stranieri privi di documenti sono stati abbandonati a se stessi. Perfino gli stranieri con permessi di lavoro ufficiali sono stati diffidenti nell’inoltrare la richiesta di aiuti statali, temendo che sarebbe stato più difficile per loro rinnovare i loro permessi in futuro, alcuni invece hanno affermato di non essere al corrente di questa opportunità. Alla fine di marzo, gli attivisti di Caravane De Solidarité, un gruppo originariamente fondato in risposta alla crisi dei rifugiati del 2015, hanno iniziato a distribuire cibo per strada. Ma ciò ha portato all’arresto di uno dei leader del gruppo, per aver infranto le normative sul distanziamento sociale. Dopo una reazione pubblica, le autorità della città sono intervenute, permettendo ai diversi gruppi di distribuire cibo in diverse scuole in disuso. Ma le file fuori dalle scuole erano sempre più lunghe percui era necessario un luogo più grande. Quindi, all’inizio di maggio, i funzionari ginevrini hanno permesso ai volontari di basarsi presso la Patinoire des Vernets, uno stadio del ghiaccio appena fuori dal centro città.

Il peggioramento dell’impatto del collasso economico sui poveri della città è dimostrato dal numero di pacchi alimentari consegnati allo stadio sabato scorso, 300 in più rispetto alla settimana precedente. “Non avrei mai pensato di vederlo a poche centinaia di metri da dove vivo”, ha detto la dott.ssa Roberta Petrucci, coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere, che vive nelle vicinanze, abituata a lavorare nelle zone di crisi di Siria, Yemen, Iraq, Congo e Liberia.

Anche un gruppo di aiuto di Medici Senza Frontiere ha aderito, portando la sua esperienza da innumerevoli zone di guerra per aiutare a gestire l’operazione.

Volontari mentre preparano i sacchetti

In un vicino rifugio per senzatetto, istituito dalle autorità cittadine all’inizio della crisi, i membri del personale hanno affermato di aver inizialmente accolto le persone che vivevano già nelle strade. Ma ora stanno proteggendo un nuovo tipo di visitatore: le persone che hanno perso la casa a causa degli effetti collaterali economici della pandemia. I numeri sono ancora piccoli – solo circa 20 persone rientrano in questa categoria, o il 10 percento dei residenti al riparo. Ma la maggior parte di loro è arrivata nelle ultime due settimane.

Appena uscito dallo stadio, poco dopo le 8, il signor Shinendorj, il pulitore mongolo, ha un sacco con del cibo, ma non ha più un lavoro. La sua intenzione sarebbe stata quella di passare le 12 ore successive a camminare per la città, andando di porta in porta per chiedere lavoro. Chissà se avrà trovato qualcosa…

fonti:

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